17 maggio 2026 – Basilica della Ghiara

Basilica della Beata Vergine della Ghiara • REGGIO EMILIA • Domenica 17 maggio 2026 ore 16.30

Giacomo Carissimi: Jephte e Jonas

 

ENSEMBLE VOCALE E STRUMENTALE ANDROMEDA
DEL CONSERVATORIO DI MILANO

diretto da FRANCESCA TORELLI

Jephte e Jonas: Shuyang Ma
Filia: Folian Liu
Deus e Historicus: Francesco Crippa

ENSEMBLE:

SOPRANI: Micol Pisanu, Ruijie Qu, Liu Folian
MEZZOSOPRANI: Irene Dalla Pozza, Caterina Ferrari
TENORI: Chen Cheng, Han Shuang
BARITONI: Shuyang Ma, Jin Chenyu, Luo Zhiying, Ze Hu
BASSI: Francesco Crippa, Yongyan Yang, Shuhan Zhang, Junxia Yan.

Violini: Riccardo D’Ariano, Laura Camilla Meinhold
Violoncello: Emma Brunati
Violone: Massimo Campagna
Dulciana: Valentino Zucchiatti
Chitarra barocca: Isabella Zocchi
Organo: Giulio Gianni

 

PROGRAMMA

Giacomo Carissimi (1605-1674)

Historia di Jephte
oratorio a sei voci e basso continuo (circa 1648)

Historia Jonae
oratorio a due cori, due violini e basso continuo (s.d.)

 

Si ringraziano la Fabbriceria Laica Tempio B.V. della Ghiara, Carla Bazzani, i Padri dell’Ordine dei Servi di Maria e tutto il personale della Basilica della Beata Vergine della Ghiara per la disponibilità e la preziosa collaborazione

INFO| Basilica della Beata Vergine della Ghiara - Corso Garibaldi – REGGIO EMILIA
Ingresso gratuito senza prenotazione, limitato ai posti disponibili
Scarica la locandina

 

NOTE AL PROGRAMMA

Le composizioni musicali che oggi chiamiamo “oratori” in origine venivano denominati “storie sacre”: erano e sono, infatti, vicende estratte dalle sacre scritture – spesso l’Antico testamento” – e narrate in musica. Gli oratori hanno avuto origine nella Roma controriformistica del primo Seicento, in particolare nell’oratorio di san Filippo Neri. Gli oratori barocchi, così come le opere, sono generalmente suddivisi in recitativi e arie. In estrema sintesi, possiamo dire che i recitativi sono interventi cantati in cui vengono narrate le azioni per mezzo di una musica a volte statica e con cadenze codificate, mentre le arie, in cui l’azione si sospende, sono generalmente più sinuose, melodiche e memorizzabili.  In Carissimi è difficile distinguere arie e recitativi, in quanto i recitativi non sono secchi e rigidi come in altri autori, ma esprimono drammaticità o gioia sempre mantenendo una certa morbidezza nell’espressione. Spesso sono quasi ariosi. Le arie, d’altra parte, non contengono tutte quelle decorazioni e melismi vocali a volte eccessivi che caratterizzano il barocco, sono poche e brevi, mai prevedibili. Sono brani essenziali. La scrittura musicale dei cori di Carissimi ha grande potenza espressiva. L’insieme di questi elementi fa la grandezza di Carissimi. Queste composizioni erano state ideate con l’intento di rafforzare il credo dell’ascoltatore e Carissimi centra l’obiettivo.

Il testo di Jephte è tratto dal Libro dei Giudici, con aggiunte di autore ignoto. Ecco la trama in sintesi: Jephte è a capo di un esercito che combatte contro gli Ammoniti, ma la battaglia si dimostra difficile. Allora Jephte fa un voto al Signore, promettendogli che se vincerà la battaglia offrirà in sacrificio al Signore la prima persona che incontrerà nel suo ritorno a casa. Jephte vince la battaglia, ma la prima persona che incontra nel suo ritorno è sua figlia, la sua unica figlia. In un attimo la gioia si trasforma in tragedia. Jephte comunica il suo voto alla figlia, la quale, pur sconvolta, accetta il suo destino, chiedendo al padre di lasciarla prima vagare per due mesi sulle montagne. L’oratorio si chiude con un lamento collettivo del coro che piange il destino della figlia. Uno dei maggiori teorici musicali del Seicento, Atanasius Kircher, inserì il coro finale di Jephte  nella sua monumentale opera Musurgia Universalis (Roma, 1650) come composizione esemplare, commentandola con lode “è piena di succo e di vivacità di spirito”. Questo stesso coro di Jephte verrà anche ripreso circa cent’anni dopo da Haendel che lo “citò” nel suo Sansone. L’oratorio è diviso musicalmente in tre parti: la prima, animata, descrive la guerra; la seconda, gioiosa, ne illustra la vittoria; la terza è drammatica, dipinge i contrasti d’animo nel dialogo tra Jephte e sua figlia diventando anche dolente nel lamento e coro conclusivi. I primi due cori, invece, sono scritti in uno “stile concitato” che ricorda un po’ il “Combattimento” di Claudio Monteverdi, filtrato dall’indole del compositore e trasposto in versione corale.

Jonas fu composto intorno al 1650 su commissione dell’Arciconfraternita del SS. Crocifisso di Roma; il testo è tratto dal Libro di Giona, anch’esso trattato con una certa libertà, probabilmente rielaborato da Carissimi stesso. Ecco la sintesi della vicenda: Dio ordina a Giona di andare a predicare a Ninive, città che si era riempita di malvagità. Giona ha paura e fugge imbarcandosi su una nave. Si scatena una furiosa tempesta voluta dal Signore per punirlo: la nave sta per affondare e a quel punto Giona rivela ai marinai di esserne stato la causa. I marinai lo gettano in mare e Giona viene inghiottito da una balena. Dal ventre della balena Giona rivolge una lunga e accorata preghiera al Signore, che la esaudisce facendo vomitare la balena: Giona è libero, finalmente prende coraggio e va a predicare a Ninive. In Jonas sono particolarmente efficaci il primo intervento corale che descrive la tempesta, con i due cori che si rispondono serratamente, e quello successivo “Dii magni” per il pathos che l’autore esprime con dissonanze e procedimenti cromatici. È vero che i testi di Jephte e Jonas sono carichi di drammaticità, ma oggi lo scoglio della presenza della lingua latina ce li renderebbe estranei e lontani, se non fosse una musica espressiva in modo così diretto a veicolarli a noi. Un altro motivo dell’efficacia della musica di Carissimi ai nostri giorni, è che in entrambi gli oratori la parte del narratore (Historicus) non viene destinata da Carissimi ad un unico cantante, ma a voci e registri diversi, a volte addirittura ad un piccolo coro, come a voler coinvolgere tutti nei ragionamenti e nei sentimenti, come a voler rendere l’oratorio più vicino alla gente facendolo raccontare non da un narratore neutro, ma dalle diverse voci del popolo.

Francesca Torelli

 

GLI INTERPRETI

L’Ensemble Andromeda è costituito da studenti dei corsi superiori delle classi di Canto rinascimentale e barocco, Canto lirico, Musica vocale da camera e di varie classi di strumenti del Conservatorio “G. Verdi” di Milano guidati da Francesca Torelli, docente dal 2001 al “Verdi” di Liuto e di Musica d’insieme con voci e strumenti antichi.
Andromeda, il nome dell’ensemble, al di là dell’immediata evocazione della mitologia e della costellazione, vuole ricordare la prima opera lirica che sia stata rappresentata in un teatro pubblico, non più riservato alla sola corte: l’Andromeda di Francesco Manelli e del poeta-musicista reggiano Benedetto Ferrari, eseguita per la prima volta a Venezia nel 1637.
L’evento rappresenta un punto di snodo fondamentale nella storia della musica, ed è simbolico per i musicisti che interpretano per il pubblico di oggi la musica barocca.